Sintomi, diagnosi e trattamento

Per quel che concerne i sintomi della toxoplasmosi, il tempo tra l'esposizione al parassita responsabile dell'infezione e lo sviluppo della patologia è mediamente compreso fra una settimana e un mese dopo il contagio. Nell’adulto immuno competente l’infezione acuta viene rapidamente dominata dalle difese immunologiche; i trofozoiti sopravvivono solo nelle cisti. L’80-90% dei soggetti resta perciò antisomatico.

Negli altri casi, entro tre-quattro settimane di incubazione il paziente sviluppa sintomi da linfoadenomegalia localizzata, di solito cervicale; dunque gonfiore dei linfonodi (solitamente quelli che interessano il collo e le ascelle), che può essere accompagnata da una sindrome simil-influenzale con febbre, cefalea, malessere, astenia e possibili artralgie, mialgie, faringodinia, dolore addominale, rash ed epatomegalia. Una minoranza di persone presenta generalizzazione della linfoadenomegalia e splenomegalia.

I sintomi della toxoplasmosi si risolvono entro 3 settimane, anche se l’astenia e una moderata linfoadenomegalia possono persistere o ripresentarsi per mesi.

Negli soggetti con le difese immunitarie “abbassate” (immunodepressi), e raramente nei soggetti sani, si possono sviluppare una corioretinite (che può complicarsi ulteriormente con iridociclite, cataratta e glaucoma), oppure encefalite, polmonite, miocardite. Il coinvolgimento di questi organi può avvenire sia nell’infezione primaria che nella riattivazione endogena. In questi soggetti, talvolta, il decorso della malattia può avere esito infausto. Per questo motivo, per tutti coloro che rientrano nei gruppi di rischio (soggetti immunodepressi intendendosi per tali gli individui con HIV/AIDS, individui soggetti a chemioterapia o a trapianto di organi, feti), la toxoplasmosi può eseere una patologia piuttosto grave.

Anche le donne in gravidanza che hanno contratto l'infezione solitamente non mostrano sintomi, così come i neonati infettati alla nascita. Questi, allo stesso modo della madre, non presentano sintomi, ma l'infezione può essere la causa sia di un parto prematuro, sia di una crescita intrauterina lenta. Inoltre, l'infezione può essere causa di sviluppo di gravi problemi di salute nel feto, come la cecità e danni cerebrali.

La diagnosi di toxoplasmosi si pone su base sierologica basandosi sui test di screening per anticorpi anti-toxoplasma che possono essere di primo, secondo e di terzo livello.
Il test di primo livello è effettuato ai fini della diagnosi dell'infezione, il test di secondo livello è effettuato invece per confermare e datare l'infezione mentre il test di terzo livello viene effettuato per accertare il possibile contagio fetale. Si tratta dunque di Dye-test e di ricerca di anticorpi specifici: la presenza di IgG segnala l’infezione, mentre la presenza di IgM specifiche indica che l’infezione è recente. Raramente ai fini della diagnosi della toxoplasmosi, e solo nel dubbio diagnostico, si ricorre alla biopsia d’organo (generalmente un linfonodo, ma anche il liquido cerebrospinale o altro materiale bioptico) sia per isolare il protozoo in coltura, che per evidenziarlo mediante anticorpi fluorescenti. Nei casi neurologici, la TAC evidenzia le lesioni.
Essendo la toxoplasmosi un’infezione molto pericolosa per lo sviluppo del feto, il toxo-test rientra nelle analisi di routine prescritte dai ginecologi nei primi mesi di gravidanza (possibilmente entro l’ottava settimana). Ancora meglio sarebbe sottoporsi al test prima di intraprendere una gravidanza, per sapere se nel proprio siero sono presenti gli anticorpi per la toxoplasmosi e quindi se si è immunidall’infezione oppure no.
Il toxo test consiste in un semplice esame del sangue e consente di classificare gli individui in tre categorie: 
- Immuni: soggetti in possesso degli anticorpi e dunque protetti dalla malattia. In caso di gravidanza, la donna non sarà costretta a prendere precauzioni (sia alimentari sia comportamentali) necessarie per non contrarre l’infezione;
- Recettivi: soggetti che non sono mai entrati in contatto con i toxoplasmi e che dunque si trovano in una situazione delicata poiché non muniti di difese immunitarie. Se in gravidanza, devono proteggersi dal contatto con il microrganismo.
- Con infezione conclamata: soggetti ammalati della patologia, sia sintomatici sia asintomatici.
Il toxo-test consente di accertare l’assenza o la presenza di due immunoglobuline specifiche nel corpo, l’IgM e l’IgG, prodotte dall’infezione.
Se la donna incinta è in possesso degli anticorpi IgG il test non deve più essere effettuato. Nel caso in cui invece la gestante sia esposta, e quindi non abbia le IgG né le IgM, deve eseguire almeno altri due accertamenti nel corso della gestazione, a 20 e 36 settimane, per escludere l’eventualità di essersi infettata in seguito e quindi il rischio che il bimbo acquisisca una toxoplasmosi congenita
Nel caso in cui il test evidenzi la presenza di anticorpi IgM, l’infezione è comunque solo ipotizzata. Si seguita quindi con test sierologici più perfezionati al fine di accertare la diagnosi ma anche, eventualmente, per prescrivere una terapia. Se l’infezione è comprovata, il nascituro, anche se a prima vista sano, dovrà essere controllato per almeno tutto il primo anno di vita da un centro specializzato al fine di escludere danni cerebrali e visivi che possono manifestarsi nei mesi successivi.
La sierologia non è efficace per la diagnosi di toxoplasmosi in pazienti affetti da AIDS.
Recentemente sono stati sviluppati dei test genetici che riescono ad identificare il DNA contenente geni di parassiti della toxoplasmosi. Questi test sono utili soprattutto per testare nel liquido amniotico la presenza di toxoplasmosi congenita in un feto, rilevabile anche attraverso gli ultrasuoni. Entrambi i test non sono purtroppo sufficientemente accurati e possono dare falsi risultati positivi.

La maggior parte delle persone sane guarisce dalla toxoplasmosi senza specifico trattamento. La terapia si effettua solo se la malattia è sintomatica. I farmaci più utilizzati sono il trimethoprim-sulfametossazolo (Bactrim, Eusaprim) oppure la spiramicina (Rovamicina) o la clindamicina (Dalacin C).

Le donne incinte, i neonati e i bambini possono essere soggetti a trattamento, sebbene il parassita non venga debellato completamente. Infatti i parassiti possono rimanere nelle cellule tissutali in una fase latente, e la loro ubicazione rende estremamente problematica la loro eliminazione.

I farmaci proposti alle donne in gravidanza allo scopo di ridurre il rischio di infezione congenita sono spiramicina (da somministrarsi nel primo trimestre) e pirimetamina-sulfadiazina in associazione (da somministrarsi nel secondo – terzo trimestre). Trattasi di inibitori del metabolismo dei folati che interferiscono con la sintesi del DNA sopprimendo la proliferazione del parassita. Per quest'interferenza metabolica, la pirimetamina determina una graduale e reversibile depressione midollare dose-dipendente con possibili trombocitopenia, leucopenia e anemia megaloblastica. E' perciò necessaria l’integrazione con acido folinico per os per un mese in caso si utilizzi questa molecola.

Il rischio che la pirimetamina provochi delle alterazioni mostruose nello sviluppo dell’embrione non è mai stato escluso nella specie umana: per questa potenzialità il farmaco può essere somministrato solo dalla 18° settimana di gravidanza. L'associazione pirimetamina-sulfadiazina viene quindi utilizzata da tale epoca, a cicli di 3-4 settimane alternati a spiramicina, se il feto risulta infetto o se la madre non desidera intraprendere una tecnica di diagnosi prenatale quale l’amniocentesi.

A questo proposito è opportuno mettere in evidenza come sia consigliabile un’indagine ecografica embrio-fetale finalizzata alla valutazione di importanti indicatori, quali, a mero titolo di esempio, la presenza di ascite e di epatomegalia, la dimensione dei ventricoli laterali, l’aumento dello spessore placentale e la presenza di calcificazioni endocraniche.

Ai neonati con toxoplasmosi congenita è opportuno somministrare pirimetamina + sulfadiazina + acido folinico per 3 settimane e Spiramicina per 4-6 settimane a cicli alternati per 6-12 mesi.

Per quel che concerne la toxoplasmosi oculare, i farmaci sono generalmente prescritti dai medici oculisti per il trattamento della specifica malattia causata dall’infezione. La prescrizione del farmaco dipende dall’ampiezza della lesione dell’occhio, dalla sua ubicazione e dalle sue caratteristiche.

I soggetti immunodepressi devono continuare il trattamento fino alla scomparsa dei sintomi.

I soggetti affetti da AIDS sono costretti ad assumere i farmaci per tutto il corso della loro vita o per il periodo in cui restano immunodepressi.